Primo maggio: quando il lavoro non basta. Mayas rivendica il suo diritto al futuro
ArezzoTV
“Non riesco a mettere da parte abbastanza denaro, per poter comprare una casa e mettere su famiglia”. La storia di Mayas Tabone, 22 anni aretina è quella di tanti giovani. Uno stipendio che, pur rimanendo nei limiti della legge, non è sufficiente a poter sopperire a tutte le spese quotidiane, tanto meno a mettere da parte qualche risparmio.
Sono i dati della ricerca dell’IREF, l’Istituto di ricerca delle Acli, a confermare che negli ultimi 10 anni i lavoratori in povertà relativa, cioè lavoratori a bassa retribuzione, sono aumentati del 55%.
“Sono numeri preoccupanti – afferma il presidente nazionale Emiliano Manfredonia - se il lavoro buono non torna al centro dell’agenda politica del Governo e di tutto il Parlamento sarà difficile anche solo immaginare il futuro di questo paese.”
I dati raccolti riguardano 785.466 contribuenti che si sono rivolti al Caf Acli per la compilazione e la consegna del modello 730 del 2024: quasi il 90% ha un lavoro continuo, cioè almeno 9 mesi di lavoro nell’anno dichiarato. Mayas non si lamenta dell'attuale impiego, solo non è sufficiente per guardare al futuro.
“Non possiamo certo paragonarci a chi non riesce ad arrivare a fine mese, ci mancherebbe – racconta Mayas – il mio stipendio mi permette di vivere dignitosamente, ma non di mettere da parte soldi sufficienti per il mio futuro”.
Eppure Mays non fa parte dei cosiddetti “bamboccioni”, ha deciso di lasciare la casa dei suoi genitori a soli 19 anni. Una scelta piuttosto insolita al giorno d'oggi, ma che denota la ferma volontà di conquistare la propria indipendenza. Un sogno, insomma, comune a tanti giovani, che fa a botte con il caro vita. Il sogno di Mayas sarebbe quello di implementare la sua formazione, rimanere nel mondo del “lavoro vero”.
“Non capisco – aggiunge - quelli che pensano di guadagnare soldi indossando un capo di moda, un paio di scarpe, insomma gli “influencer” - conclude Mayas – rivendico l'idea che si possa vivere bene anche con un lavoro “normale”, senza essere obbligati a fare altre scelte o a rinunciare ai propri sogni”.