Salute mentale, sempre più accessi di giovani e giovanissimi. E' un'emergenza

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Dagli Hikikomori al cutting (una forma di autolesionismo che consiste nel tagliare o incidere o comunque ferire la propria pelle) fino all'anoressia e alla bulimia, il disagio giovanile è un'urgenza che non può più essere ignorata e che si manifesta con malessere psichico e attitudini patologiche sempre più diffuse tra giovani e giovanissimi.
L'esplosione dei casi, dopo la pandemia. L'aumento è stato esponenziale (incremento tra il 450% ed il 550%) del numero di adolescenti e di giovani adulti in sofferenza. Lo dicono i numeri della nostra Asl Toscana Sud Est, ma il fenomeno è nazionale e soprattutto era già conosciuto, come conferma il dottor Giampaolo Di Piazza, Direttore dell’Unità Operativa Complessa Psichiatria dell’area provinciale aretina della Asl TSE.
“Il Covid ci ha permesso di renderci conto che c'era un livello di sofferenza che già tante pubblicazioni, tanti articoli e tanti giovani che accedevano ai servizi dell'infanzia e dell'adolescenza ci comunicavano – ha detto il dottor Di Piazza - rispetto a questo fenomeno secondo me è fondamentale puntare non tanto a silenziare la situazione di crisi, ma tentare di dare un senso, un significato, una comprensione a quello che sta accadendo”.
Quello che si sta verificando è non solo un aumento quantitativo di richieste di valutazione da parte dell'UFSMIA (Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza ndr) o presso il Pronto Soccorso, ma riguarda anche altri due aspetti molto preoccupanti.
Il primo, la riduzione di età rispetto all'insorgenza delle problematiche, prima 16 anni adesso 13.
Il secondo l'aumento dell'intensità del livello di sofferenza psichica: episodi di rabbia, autolesionismo (cutting, intossicazioni con farmaci), abuso di sostanze (in particolare alcol con binge drinking ovvero "abbuffate di alcol" sporadiche ma con tassi alcolemici elevatissimi), condotte anoressiche e bulimiche oltre a ritiro sociale. Dalle forme più sfumate al tipico hikikomori, un fenomeno di ritiro sociale estremo, originario del Giappone, in cui le persone (spesso giovani adulti) si isolano volontariamente in casa per mesi o anni, evitando scuola, lavoro e contatti sociali, a volte sigillando le finestre per rifiutare il mondo esterno e i suoi giudizi. È una sindrome socio-psicologica complessa che porta a depressione, disturbi d'ansia e problemi fisici. Internet, spesso individuato come causa dell’isolamento, può essere in realtà l’unico modo che il giovane riesce ad accettare per mantenere un flebile contatto con il mondo. La strategia è quella del dialogo da una parte con il giovane e dall’altra con i suoi familiari: in effetti anche nelle situazioni di crisi resta fondamentale l’approccio relazionale/psicoterapico con il giovane così come quello informativo e psicoeducativo con i familiari. Nel momento in cui si ricorre al farmaco, dobbiamo fare attenzione a non utilizzarlo come strumento di “silenziamento del sintomo”.
“In effetti, siamo evidentemente capaci di silenziare, ma se lo facciamo attraverso i farmaci forse perdiamo l'occasione di comprendere qualcosa di importante di quel ragazzo, di quel giovane in sofferenza e anche di quel nucleo familiare in difficoltà – prosegue Di Piazza - quindi più ascolto, più relazione interpersonale rispetto a un esclusivo silenziamento farmacologico del sintomo”.
Quindi la strategia è quella dell'ascolto e di una presenza più capillare.
“Assieme alla direzione aziendale abbiamo concordato e stiamo cercando di realizzare un progetto sperimentale di iperprossimità (interventi relazionali/psicoterapici a domicilio non soltanto per adolescente ma anche per i familiari) e di ricorso ad App, sito interattivo internet ed intelligenza artificiale, per intercettare i giovani in sofferenza ed offrire informazioni e primi interventi terapeutici (non a caso una disposizione di legge recente, 219/2017 stabilisce chiaramente che "il tempo della comunicazione costituisce tempo di cura"). Allo scompenso, alle anomalie comportamentali e alla crisi bisogna cercare di dare, insieme al giovane in sofferenza ed ai suoi familiari, un significato. In questo modo riusciremo con maggior facilità a valorizzare le risorse ed i punti di forza che ancora sussistono.”

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